C’è chi sostiene che “per fare la guerra ci vogliono i soldati”, declinando questo detto anche all’agricoltura.
Ma è proprio vero che gli impianti intensivi, con un maggior numero di piante, porteranno ad un aumento della quantità di extravergine prodotto?
Le linee di pensiero sono contrastanti e diverse.
Se l’agricoltura fosse una scienza esatta, rispondere in modo affermativo sarebbe sin troppo facile.
Ma l’impresa agricola è, tra tutte, sicuramente la più difficile delle imprese, perché le variabili sono numerose e nessuna è pienamente controllabile. Pensiamo al clima, ai parassiti, agli eventi atmosferici, agli elementi nutritivi nel terreno e all’influenza, mai uguale, che tutti questi parametri possono avere su ogni singola pianta.
Quante volte abbiamo visto due alberi di olivo della stessa varietà, distanti pochi metri, avere l’uno tante olive e l’altro non averne per niente?
E quanto dovrebbero essere concimati e irrigati gli oliveti per soddisfare il fabbisogno di 800 o 1000 piante ad ettaro anziché le 80/100 piante degli oliveti tradizionali.
E poi occorre porsi un’altra domanda: che qualità avrà l’olio di un “impianto industriale” rispetto a quello di un impianto tradizionale?
In media stat virtus, dicevano i latini. Chissà se gli impianti semi intensivi, con 300/500 piante ad ettaro, possano veramente essere il giusto compromesso tra tradizione, qualità, ambiente, paesaggio e necessità di produrre di più.
Luca Torelli

